Alimenti diversi, contano nell'obesità?

 

“Mangiare meno e muoversi di più”. Questo è ciò che più spesso sentiamo dire dagli esperti di nutrizione. Ma esistono cibi 'buoni' e 'cattivi' che a lungo termine influiscono sull'aumento di peso? Uno studio, pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha indagato proprio questo aspetto. Sono stati analizzati  oltre 120mila uomini e donne, non affetti da malattie croniche e non obesi. I dati mostrano come non tutti i cibi siano uguali. Anche se la verità, scoraggiante, è un’altra: ridurre le porzioni per ridurre l’apporto di calorie può non essere sufficiente. I follow-ups si sono svolti in tre diversi intervalli di tempo: 1986 - 2006; 1991 - 2003; 1986 - 2006. Ogni quattro anni, quindi, sono stati studiati i legami tra mutamenti nello stile di vita e nel peso.  Risultato: in media si è registrato un aumento di peso di circa 1,5 kg.

Porzioni più abbondanti hanno poi creato il seguente effetto: la differenza ponderale nell'arco dei quattro anni risultava più fortemente associata con il maggiore apporto quotidiano di patatine (0,76 kg), patate (0,58kg), bibite zuccherate (0,45 kg), carne rossa e carni lavorate. La differenza ponderale si presentava al contrario come associata inversamente  all'apporto di verdure (0,1kg), cereali integrali (-0.17kg), frutta (-0.22 kg), noci (-0.26 kg) e yogurt (-0.37kg). L'insieme di più cambiamenti alimentari  era associato con differenze sostanziali nell'acquisizione di peso (fino a 1,78 kg). Altri fattori, associati senza nessuna particolare dipendenza statistica al cambio di peso, erano l'attività sportiva (-0,80 kg), il consumo di alcol (0,18 kg per dose al giorno), il fumo (appena smesso, 2,34 kg; ex fumatori 0,06 kg), la durata del sonno (maggiore aumento per chi dormiva <6 o >8 ore), tempo passato davanti alla tv (0,14kg per ora al giorno).

Interessante la conclusione: i singoli alimenti e le abitudini a tavola sono associati al cambio di peso, con un sostanziale effetto aggregato, cioè osservato sul campione collettivo.

«Il consumo di alimenti come frutta, verdura, cereali integrali, yogurt, noci, sembra in grado di ridurre il consumo di altri alimenti ricchi in calorie» osserva Maria Letizia Petroni, coordinatore  scientifico dell'Osservatorio Grana Padano e Responsabile scientifico del Centro Obesità e Nutrizione Clinica Casa di Cura Villa Igea di Forlì. «In parte questo potrebbe essere spiegarsi così: la maggior parte di questi alimenti 'tagliacalorie' contengono più fibre e quindi aumentano il potere saziante del pasto, mentre lo yoghurt potrebbe modulare il microbiota intestinale a discapito dei batteri che consentono la degradazione di zuccheri normalmente non digeribili con conseguente produzione di energia in aggiunta» continua Petroni. Dalla ricerca condotta dagli Stati Uniti risulta che «il cibo più ‘ingrassante’ è la patata, in tutte le sue forme, non solo fritta ma anche semplicemente bollita ed al forno; a seguire le bevande gassate e zuccherate, la carne rossa e gli insaccati in genere. Le patate hanno generalmente un elevato indice glicemico, nel senso che a «parità di carboidrati introdotti determinano un maggior rilascio di insulina» continua Petroni, ciò «può a sua volta determinare un ridotto senso di sazietà, soprattutto in persone geneticamente predisposte. Ciò non toglie che è possibile farle diventare alimenti anti-obesità, sfruttandone il basso tenore calorico (85 kcal/100 g) e la ricchezza in fibre: mangiare le patate lesse in insalata  va bene - purché condite in modo parsimonioso -in quanto l'indice glicemico nella patata fredda si abbassa drasticamente».